Avvocato Giulia Santoro | Tentato sequestro di persona e i confini delle misure cautelari
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Tentato sequestro di persona e i confini delle misure cautelari

kidnapheadÈ da qualche giorno nota la notizia dei fatti accaduti nel Comune di Vittoria lo scorso 16 Agosto. In particolare si fa riferimento al tentato “rapimento” di una bambina da parte di un indiano di 43 anni, Ram Lubhaya, ambulante con precedenti per droga.

Ciò che ha scosso gli animi dell’opinione pubblica è stata, per lo più, la decisione del PM Giulia Bisello, di non convalidare il fermo dello stesso sulla base del fatto che il soggetto in questione si fosse limitato a prendere in braccio la bimba, per meno di un minuto, essendo poi intervenuti i genitori a fermarlo.

Pare, dunque, utile per meglio comprendere la questione, una breve, seppur completa, analisi dell’oggetto della vicenda.

Va, in primo luogo, esclusa la possibilità di ricollegare il fatto alla fattispecie di sottrazione di persone incapaci di cui all’art. 574 c.p., in quanto le norme disciplinanti il sequestro di persona e la sottrazione di minore sono tra loro alternative, tutelando beni giuridici e diritti soggettivi diversi, ossia la libertà fisica nel caso del sequestro di persona e il diritto dell’affidatario dell’incapace a mantenere il bambino sotto la propria custodia per quanto riguarda il delitto di sottrazione di persone incapaci.

Ne consegue che nel caso di sottrazione di un minore con modalità clandestine contro la volontà del genitore affidatario può configurarsi il delitto di cui all’art. 605 c.p.

In particolare, per quanto attiene al reato di sequestro di persona, un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, Sez. V 12 maggio 1980, n. 5907 e Sez. I, 4 maggio 2009, n. 18186, ha individuato l’elemento oggettivo del reato nella privazione della libertà personale consistente nella libertà di locomozione, essendo sufficiente che “la persona offesa-vittima non sia in grado di vincere gli ostacoli per realizzare la piena libertà di movimento a prescindere dalla durata della privazione stessa”.

Tale figura criminosa si configura quale reato a forma libera, non essendo previsti particolari metodi o strumenti ai fini della sua realizzazione.

Il fattore tempo è molto importante nel reato di sequestro di persona. Il codice prevede, invero, che sia sufficiente privare la vittima anche per un breve lasso di tempo durante il quale se ne ostacoli la capacità di spostamento.

Ed invero, ex art. 605 c.p., il Legislatore non prevede alcun aspetto temporale della condotta penalmente rilevante. La Cassazione, con sentenza 19548/2013, ha sancito il principio di diritto secondo cui il reato de quo si configurerebbe anche in “pochi attimi”.

Successivamente, nel 2014, la stessa Cassazione ha ripreso il suddetto principio in virtù del quale il limitato lasso di tempo comporta comunque la consumazione del reato di cui all’articolo 605 c.p.

Da quanto segue, ne conseguirebbe che difficilmente possa darsi adito alla motivazione della Procura di non confermare il fermo per l’esiguità del dato temporale della condotta.

Tuttavia, a voler comunque relegare la fattispecie all’interno della categoria del tentato sequestro di persona, sulla scorta di un recente approdo giurisprudenziale (Cass. Pen., V, n. 32472/2013) alla stregua del quale “integra l’ipotesi di tentativo di sequestro di persona la condotta dell’imputato che solleva da terra una bambina di tre anni e la priva della libertà di movimento per uno o due minuti, fino all’intervento della madre che sottrae la piccola dalle braccia dell’imputato”, si deve comunque tenere conto della cornice edittale prevista dalla norma.

Ebbene, il reato di sequestro di persona, aggravato dall’essere commesso ai danni di un minore, prevede l’irrogazione di una pena detentiva che oscilla dai tre a dodici anni, così come previsto dal comma 3 della medesima norma.

Anche a voler configurare la vicenda sotto la forma del tentato sequestro di persona, la cornice edittale prevista per il reato base concede un ampio spazio di manovra nella determinazione della pena (minimo tre anni, massimo 12). Ne consegue che, applicando la riduzione di pena da 1/3 a 2/3, prevista dall’art. 56 c.p., sarebbe comunque stata ammissibile l’applicazione di misure personali, sulla base degli elementi soggettivi e oggettivi a disposizione (soggetto pregiudicato e destinatario di un provvedimento di espulsione).

Tuttavia, la Procura, in questo caso sembra aver tenuto in considerazione, soltanto il minimo edittale (i.e. 3 anni).

Tornando al dato codicistico, da una lettura analitica della norma incriminatrice emerge, sul profilo processuale, la possibilità di procedere al fermo della persona per la fattispecie descritta al comma 3 e cioè, in danno di un minore. Allo stesso modo è consentita la custodia cautelare in carcere ovvero altre misure personali qualora le esigenze di sicurezza lo richiedano.

Trattandosi di un soggetto sul quale gravava un provvedimento di espulsione si sarebbe dovuto, forse, valutare più attentamente la sussistenza di gravi esigenze di sicurezza e pericolo così come previste dal codice di rito e, nell’eventualità, al di là di considerazioni meramente personali sull’intenzione più o meno criminale dell’azione posta in essere dal soggetto, valutare la pericolosità sociale dello stesso. A bene notare, l’art. 274, comma 1, lett. b) c.p.p. sancisce l’applicabilità di misure cautelari “quando l’imputato si da alla fuga o sussiste un concreto ed attuale pericolo che si dia alla fuga, sempreché il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore a due anni di reclusione”.

Ed ancora, la successiva lettera c) della medesima norma, prevede l’applicabilità di misure cautelari qualora “per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta ad indagini o dell’imputato, desunta dai suoi comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto e attuale pericolo che questi commetta gravi delitti […] della stessa specie di quello per cui si procede”.

Al di là, dunque, di un’inutile retrocessione all’infinto circa l’individuazione di responsabilità legislative e pretorie (i.e. provvedimento cd. “svuotacarceri” e mancata attuazione del provvedimento di espulsione) che stanno alla base della vicenda, ciò che è necessario è che si proceda ad eliminare, almeno ex post, le conseguenze negative di una mala gestio nel settore di pubblica sicurezza.