Avvocato Giulia Santoro | Aborti illegali presso lo studio privato di un medico ospedaliero
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Aborti illegali presso lo studio privato di un medico ospedaliero

gravida-medico-exameUn dirigente medico presso il reparto di ginecologia di un ospedale pubblico si è reso colpevole di aver speculato sui tempi della procedura legale di interruzione volontaria della gravidanza asserendo difficoltà organizzative della struttura e prospettando, alle gestanti che avevano necessità di abortire in tempi contenuti, un aborto clandestino a pagamento presso il proprio studio privato, in assenza delle dovute autorizzazioni.

La Suprema Corte di Cassazione Sez. VI, con sentenza del 15.11.2016 ha qualificato il fatto come concussione ex art. 317 c.p. secondo una logica di tipo negoziale propria della nuova fattispecie di induzione indebita, riconducibile al genus della corruzione tale per cui le gestanti sarebbero state “costrette a pagare gli aborti illegali per non esporsi al rischio…di un disvelamento dello stato di gravidanza con conseguente compromissione del rapporto con il partner, di reazione da parte dei parenti e/o di impossibilità di abortire nel termine legale di novanta giorni”.

Il Giudice nomofilattico ha richiamato  la sentenza Maldera con la quale le Sezioni Unite, nel 2013, si sono pronunciate sui criteri discretivi tra concussione e induzione indebita, tracciati nella dicotomia minaccia (concussione)-non minaccia (induzione indebita)e nel parallelo binomio danno ingiusto (concussione)-vantaggio indebito (induzione).

Secondo le S.U. si configura la concussione se, abusando di qualità o poteri, l’agente pubblico, attraverso una minaccia, cioè la prospettazione di un danno ingiusto, costringe alla promessa o alla dazione dell’indebito il privato, che agisce, perché costretto, nella prospettiva di evitare il suddetto danno.  Viceversa, si profila un’indebita induzione, con relativa responsabilità penale da entrambi i lati, se l’agente pubblico, abusando dei suoi poteri o delle sue qualità, con forme di pressione psichica diverse dalla minaccia (suggestione, persuasione, etc.) induce alla promessa o alla dazione dell’indebito il privato, che agisce spinto dalla prospettiva di conseguire un indebito vantaggio, rendendosi così corresponsabile di un fatto il cui disvalore è analogo (per quanto inferiore) a quello della corruzione.

Nel caso di specie, pertanto, l’induzione ex art. 319 quater c.p., con conseguente corresponsabilità delle gestanti, non appare configurabile in quanto viene a mancare infatti la prospettiva di un indebito vantaggio. Le donne, vittime del medico, avevano invero diritto all’interruzione della gravidanza, presso la struttura pubblica alla quale si erano rivolte in tempo; pagando l’indebito non hanno mirato a conseguire più del dovuto.

Invero, la concussione può essere riconosciuta laddove si accerti che il medico ha minacciato alle partorienti un danno ingiusto, mettendole davanti all’alternativa tra non effettuare l’interruzione della gravidanza alla quale ex lege avevano diritto ovvero effettuarla privatamente e in via clandestina, pagando l’indebito.

Senonché nel caso a quo, le gestanti sarebbero infatti state indirizzate verso lo studio privato del medico non già con la violenza morale bensì attraverso l’inganno, costituito dalla falsa rappresentazione di ostacoli organizzativi presso la struttura pubblica; che  “erano insussistenti in quanto il protocollo operativo consentiva una certa elasticità al fine di venire incontro alle variegate istanze delle gestanti”. Questa circostanza, sembrerebbe avallare la tesi della configurabilità della truffa piuttosto che della concussione.

Tuttavia, la sentenza in questione esclude la truffa affermando che, per quel reato, è necessaria l’induzione in errore circa la doverosità delle somme o delle utilità oggetto di dazione o promessa, insussistente nel caso di specie, e, dall’altro lato, afferma la configurabilità della concussione richiamando soltanto uno dei criteri residuali individuati dalle Sezioni Unite nella sentenza Maldera, e cioè “il confronto e il bilanciamento tra i beni giuridici coinvolti nel conflitto decisionale: quello oggetto del male prospettato e quello la cui lesione consegue alla condotta determinata dall’altrui pressione”.

Il privato, “pur avendo ottenuto un trattamento preferenziale, si sia venuto sostanzialmente a trovare in uno stato di vera e propria costrizione, assimilabile alla coazione morale di cui all’art. 54, comma 3 c.p. perché intende preservare un proprio interesse di rango particolarmente elevato”, ovvero per tutelare un proprio interesse  sacrifica con la prestazione indebita un bene strettamente personale di particolare valore”.